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Internet ha sicuramente modificato il nostro modo di relazionarci al mondo. Tra l’altro adesso – o meglio da qualche decennio – esiste il mondo online e quello offline. E l’uno influenza l’altro. Sembra scontato e banale, eppure il fenomeno è spesso sottovalutato.
Il sociologo Zygmunt Bauman ha più volte sottolineato quanto questo fenomeno incida sull’identità di ognuno di noi. Delle identità che si consumano come i prodotti pubblicizzati ovunque. E lo stesso vale per le relazioni, che possono oggi crearsi e disfarsi velocemente con un semplice clic del mouse. Rapporti che diventano sempre più facili e superficiali.
I social media ci aiutano continuamente – ma ci aiuteranno veramente? – a non sentire la noia e la solitudine.

in un attimo, se mi annoio, posso isolarmi durante una serata fra amici ed entrare in relazione con altri, virtuali, grazie al telefono

Restare sempre connessi online, passando da un social media all’altro, è il modo dell’uomo contemporaneo di esorcizzare le sue ataviche paure: solitudine, emarginazione, inutilità.

Ventiquattrore su ventiquattro, sette giorni su sette, c’è sempre qualcuno a cui posso mandare un messaggio. Addirittura è più facile comunicare con i propri “amici” della Nuova Zelanda rispetto al nostro vicino di casa. Magari il nostro vicino di casa è uscito, magari è malato, magari sta ricevendo altre persone quindi non è online per noi, non è disponibile. Ma, nel mondo online, c’è sempre qualcuno accessibile.

Così, attendiamo con ansia di vedere quanti like riceve una foto, uno stato, un tweet postato. Aspettiamo che qualcuno commenti rinforzando la nostra autostima. Inviamo continue richieste d’amicizia per avere quanti più “amici“…a no, quelli sono i CONTATTI.

Che poi, proprio la parola CONTATTO è così intima, che mi sembra paradossale indichi un qualcosa di così distante da noi. Mi spiego meglio. Spesso ci circondiamo di amici/contatti che confermino la nostra visione del mondo. Contatti con cui hai interessi ed opinioni in comune. Che consideri vicini a te nel mondo online. Un mondo in cui è davvero difficile “sentire” una vicinanza reale. Quella è rischiosa ed insidiosa. Implicherebbe un discreto dispendio di tempo ed energie. Totalmente e sostanzialmente differente dalla vicinanza simboleggiata da un cuore, un emoticon e due parole (magari due-tre lettere, perché tutto è veloce, tutto è abbreviato).

Così vicini, così lontani.

L’antropologo evoluzionista Robin Dunbar afferma che “un essere umano non riesce a tenere in piedi più di circa 150 rapporti significativi“. E questo sia ai tempi in cui l’uomo viveva nelle tribù e sia ai tempi in cui vive nelle comunità virtuali. Inoltre, la velocità dei mezzi di comunicazione non ha potenziato le capacità sociorelazionali degli individui. Così,

con la propria pagina Facebook si può fare amicizia con 500, 1000, persino 5000 persone. Ma tutte, eccetto quel nucleo di 150, non sono che semplici voyeur che mettono il naso nella tua vita quotidiana.

I rapporti considerati significativi passano dall’intimità all’estimità. Le persone rendono pubblica la propria vita offline portandola nel mondo online. Primi tra tutti, la generazione multitasking, che vive sempre connessa e che sta mutando e contaminando la vita privata con quella pubblica e viceversa.

[…] in Corea del Sud, per esempio, dove la maggior parte della vita sociale è già abitualmente mediata da apparecchiature elettroniche (o, piuttosto, dove la vita sociale è già stata trasformata in vita elettronica o cyber-vita, e dove la “vita sociale” per buona parte si trascorre principalmente in compagnia di un computer, di un iPod o di un cellulare e solo secondariamente in compagnia di altri esseri in carne e ossa), ai giovani è del tutto evidente che non hanno neanche un briciolo di scelta: là dove vivono, vivere la vita sociale per via elettronica non è più una scelta ma una necessità, un “prendere o lasciare”. La “morte sociale” attende quei pochi che ancora non si sono collegati a Cyworld, leader del mercatosudcoreano in fatto di cultura show-and-tell.

Ecco quindi che, se da un lato la Rete aiuta a non sentire quelle ataviche paure che accompagnano l’uomo da quando nasce, al tempo stesso le alimentano. Perché chi ha a cuore la propria intimità e cerca di proteggerla, rischia di essere emarginato, rischia di sentirsi inutile e solo!
Che paradosso per uno strumento che apre ad infinite possibilità di Essere.
Così i ragazzi apprendono che non esistono confini tra pubblico e privato e che la comunicazione è mediata da uno strumento. Mostrano difficoltà relazionali nel mondo offline che nel passato non esistevano.
Questo sembra loro l’unico modo di e per Essere.

Come arginare i problemi legati alla libertà della Rete?

Insegnando ai ragazzi che esistono diversi modi di comunicare.

Che non importa se hai 500+ amici sui social media, se poi quando spegni tutto e stai per addormentarti ti senti solo. Il senso di solitudine inizia a placarsi se iniziamo a coltivare le relazioni. E le relazioni implicano impegno e tempo.

Che la vita offline è più frustrante, perché non basta un clic per eliminare, bloccare o nascondere una persona. Che la Rete soddisfa il proprio Ego più di quanto accada nel mondo offline.
Quando qualcosa va storto nelle nostre vite offline, oppure ci imbattiamo in situazioni difficili da gestire, abbiamo la possibilità di rifugiarci nel mondo online, dove ci circondiamo di nostri simili. Ecco che il mondo online diventa un rinforzo e un’estensione del nostro Ego.
Eppure, le frustrazioni e le soddisfazioni si possono compensare tra off e online, senza essere attribuite solo ad un mondo piuttosto che all’altro.

Che la crescita vera avviene grazie al confronto con chi è diverso da noi.

Che le nuove tecnologie sono solo uno strumento. La differenza la fanno le persone!

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